In realtà, più che di una scelta narrativa, si tratta di una caratteristica del mio modo di essere, che ho trasferito al protagonista. Mi capita spesso che una situazione, una conversazione o un’emozione richiamino alla mia mente un verso di una poesia, un brano musicale, un quadro, una scena di un film o un episodio sportivo. Sono associazioni che nascono spontaneamente, senza alcuno sforzo. Potrei dire che «Non sono io a cercare il collegamento: è il collegamento che viene a cercare me».
Ho voluto che anche Andrea avesse questa caratteristica, che interpretasse ciò che gli accade attraverso il patrimonio di esperienze, conoscenze e suggestioni che porta dentro di sé. Per lui, come per me, ciò che abbiamo letto, ascoltato e osservato nel corso della vita non rimane confinato nei ricordi, ma riaffiora spontaneamente, intrecciandosi con ciò che viviamo. Quei riferimenti, quindi, non hanno lo scopo di esibire conoscenze o impreziosire la narrazione. Sono semplicemente parte del modo in cui il protagonista osserva il mondo e, qualche volta, cerca maldestramente di comprendere meglio se stesso.
Per ambientare il romanzo ha inventato Trivoli, un paese che sembra trovarsi genericamente nel Sud Italia, senza indicarne la regione. Ma lei è siciliano: perché non ha scelto una città della sua terra, magari una che conosce molto bene?Inizialmente ho pensato che inventare una città mi avrebbe concesso una maggiore libertà narrativa, permettendomi di immaginare luoghi e situazioni senza dover rispettare necessariamente la realtà geografica. Una libertà che, a dire il vero, nel corso del romanzo non ho poi sfruttato granché.
Ma c'era soprattutto un'altra ragione. Come ho già accennato in un'altra pagina del sito, non mi interessava indicare una mappa, quanto piuttosto evocare un'atmosfera. Le difficoltà che Andrea incontra nel suo percorso non dipendono soltanto dal suo carattere, dalle sue insicurezze o dal suo modo di affrontare la vita. Nascono anche dal profondo divario culturale tra la terra in cui è cresciuto e l'ambiente universitario del Nord nel quale si ritrova a vivere. Volevo che questa distanza si percepisse senza la necessità di identificare due luoghi geografici precisi.
E poi, essendo nato nella stessa terra di Andrea Camilleri, qualche suggestione doveva pur arrivarmi, nel mio piccolo. Camilleri ha popolato i suoi romanzi di località immaginarie, spesso con nomi che richiamano quelli di luoghi realmente esistenti. Così è nata Trivoli.
Devo però confessare che questa scelta mi ha creato qualche piccolo inconveniente durante la scrittura: il correttore automatico, evidentemente poco incline alla fantasia, continuava ostinatamente a trasformare Trivoli in Tripoli o Tivoli. E non c'era verso di fargli capire che Trivoli esisteva: quantomeno nella mia fantasia.
I genitori di Andrea sono i suoi genitori?No, i genitori di Andrea non sono i miei genitori. Hanno in comune soltanto l'appartenenza al Sud Italia e a una generazione cresciuta con determinati principi e valori.
Da questo punto di vista, l'educazione che Andrea ha ricevuto rispecchia in larga parte quella che ho ricevuto anch'io, soprattutto per quanto riguarda quei valori che un tempo erano ampiamente condivisi e trasmessi all'interno delle famiglie.
Le somiglianze finiscono qui. I genitori di Andrea sono personaggi di fantasia e non rappresentano, né nel carattere né nei comportamenti, i miei veri genitori.
Paolo, il grande amico di Andrea, è ispirato a un suo amico del cuore?No, decisamente no. Ho alcuni ottimi amici, ma non credo di poter dire di avere un amico del cuore nel senso in cui lo è lui per Andrea. Paolo, come diversi altri personaggi del romanzo, è interamente frutto della mia fantasia.
La cosa curiosa è che, pur avendolo inventato, io lo vedo. So esattamente che aspetto ha, come si muove, come parla e come reagirebbe nelle diverse situazioni. Durante la scrittura non avevo bisogno di fermarmi a immaginare cosa avrebbe detto o fatto. Mi bastava metterlo in una situazione e osservare come si comportava. In un certo senso, era come se il personaggio avesse acquistato una vita propria.
Penso che rappresenti l'amico che tutti vorremmo avere. Lui e Andrea sono profondamente diversi, eppure si completano. Andrea vorrebbe quasi studiare la vita prima di cominciare a viverla; Paolo, invece, sembra sapere già come si vive, senza aver mai avuto bisogno di studiarla.
Probabilmente ricorderà una frase che, a un certo punto del romanzo, Andrea pronuncia. Forse anticipo qualcosa per i futuri lettori, ma credo che nessun'altra descrizione riesca a raccontare Paolo altrettanto bene: «Paolo è l'amico che ti prende in giro mentre ti sta salvando la vita».
Subito dopo questa frase, ad Andrea arriva una replica forse ancora più efficace, ma preferisco non riportarla. Altrimenti finisco per raccontare tutto il romanzo!
Condivido un'osservazione fatta da qualche lettore. Nella prima parte del romanzo ci sono alcune digressioni che, pur essendo interessanti, mi sono sembrate eccessive. Non crede che qualche taglio avrebbe giovato alla narrazione?La ringrazio per questa domanda. In effetti, non è la prima persona a sollevare questa osservazione, anche se, per fortuna, finora sono state poche.
Vorrei però fare una distinzione. Se parliamo di lunghezza, non credo che sia questo il vero problema. Una lettrice, per esempio, mi ha scritto: «Peccato che sia finito». Un romanzo può essere lungo o breve, ma in entrambi i casi ciò che conta è riuscire a mantenere vivo l'interesse di chi legge. La lunghezza diventa un problema quando la narrazione comincia ad annoiare.
Ripensando alla prima parte del romanzo, e senza voler anticipare troppo della storia ad eventuali futuri lettori, mi vengono in mente soprattutto due aspetti sui quali mi sono forse dilungato: i ricordi di Andrea adolescente e alcune spiegazioni che la dottoressa gli fornisce, rispondendo alle sue domande sui fondamenti della psicologia e sul funzionamento della psicoterapia.
Per quanto riguarda i ricordi, li considero fondamentali. Servono a inquadrare il personaggio, a far capire da dove viene, quali esperienze lo hanno formato e quale sia il suo punto di partenza. Senza conoscere tutto questo, credo che sarebbe più difficile apprezzare pienamente il percorso di crescita che compie nel corso della storia. Perciò, su questa parte, non prenderei in considerazione dei tagli.
Sulle spiegazioni della dottoressa, invece, posso tranquillamente ammettere che non tutte sono indispensabili allo sviluppo della vicenda. Qualche taglio, in questo caso, si potrebbe fare senza togliere granché al romanzo. Il problema sarebbe individuare esattamente dove intervenire e che cosa eliminare. Ciò che a un lettore può sembrare una digressione superflua, per un altro potrebbe rappresentare un passaggio interessante. E non è affatto semplice stabilire dove finisca l'approfondimento e cominci la divagazione.
Al momento non ho in programma una revisione in questo senso, ma se un domani dovessi preparare una nuova edizione, potrei prendere in considerazione qualche piccolo taglio. Torno però al punto di partenza: il problema non è la lunghezza, ma la noia.
Ho trovato il linguaggio del romanzo davvero originale, molto scorrevole e particolarmente ironico. È uno stile che ha costruito appositamente per questa storia oppure rispecchia il suo modo naturale di esprimersi?La ringrazio, innanzitutto, per aver definito il mio linguaggio originale e scorrevole. Se fosse così, lo considererei un dono di natura, perché non ho costruito uno stile appositamente per questo romanzo. È semplicemente il mio modo naturale di esprimermi.
Naturalmente bisogna distinguere le circostanze. Se devo scrivere una relazione tecnica o un documento ufficiale, il linguaggio cambia inevitabilmente. Ma nelle conversazioni informali, nei messaggi agli amici o ai colleghi, il mio modo di raccontare è sostanzialmente quello che si ritrova nel romanzo.
Quanto all'ironia, quella è decisamente nelle mie corde. Non devo cercarla o costruirla: viene da sé. A pensarci bene, forse anche questa è un dono di natura.
Mi viene in mente un episodio che risale a parecchi anni fa, quando insegnavo. L'ultimo giorno dell'anno scolastico avevo l'abitudine di sottoporre agli alunni un questionario anonimo, nel quale chiedevo loro di esprimere un giudizio su vari aspetti del mio modo di insegnare. Per ogni domanda c'erano cinque quadratini da barrare, corrispondenti a una valutazione da 1 a 5. Una delle domande riguardava proprio la mia ironia, o forse il mio senso dell'umorismo, non ricordo esattamente. Ebbene, uno degli alunni, naturalmente rimasto anonimo, disegnò accanto ai cinque quadratini un sesto quadratino. E barrò quello. Non ho mai saputo chi fosse, ma ancora oggi considero quel piccolo quadratino una delle più grandi soddisfazioni della mia carriera di insegnante.
Ho letto che ha insegnato per molti anni. Quali materie insegnava? E quanta della sua esperienza di insegnante è confluita nel romanzo?Ho insegnato per circa quarant'anni diverse discipline dell'area tecnica, soprattutto elettrotecnica ed elettronica, quasi sempre negli istituti tecnici a indirizzo industriale, quelli che una volta si chiamavano ITIS.
Quanta della mia esperienza di insegnante è confluita nel romanzo? Direi parecchia, anche se in una forma completamente romanzata.
In alcuni momenti della storia Andrea torna con la memoria agli anni della scuola, in particolare al viaggio d'istruzione del quinto anno del liceo. Conoscendo molto bene quell'ambiente e le sue dinamiche, mi sono divertito a costruire situazioni verosimili, ma interamente inventate, lasciando spazio alla fantasia e, naturalmente, all'ironia.
E non ho resistito alla tentazione di prendere in giro anche una certa ipocrisia che, a mio avviso, si nasconde dietro alcuni provvedimenti del legislatore in materia scolastica. Disposizioni che sembrano concepite per un mondo incantato, nel quale tutto funziona come dovrebbe, salvo poi scontrarsi con una realtà decisamente meno fiabesca.
Del resto, dopo quarant'anni trascorsi nella scuola da insegnante e altri tredici da studente, qualche contraddizione si finisce per notarla. E sarebbe stato un vero peccato non approfittarne per ironizzarci sopra.
Non ho letto il romanzo, ma ho visitato il suo sito e, sinceramente, non mi sembra molto professionale.Mi consola almeno una cosa: non avendo ancora letto il romanzo, per il momento ha bocciato soltanto il sito. Il libro gode ancora del beneficio del dubbio!
Il sito l'ho realizzato personalmente e non sono un professionista del settore. Per alcune parti mi sono fatto aiutare anche da ChatGPT, perché, lo ammetto, da solo non sarei riuscito a realizzarle.
Con altrettanta sincerità, però, devo dirle che a me il risultato piace. Non ho cercato “effetti speciali” né soluzioni particolarmente elaborate. Il linguaggio che trova nelle varie pagine rispecchia semplicemente il mio modo di esprimermi, mentre la grafica e i colori seguono il mio gusto personale, che naturalmente è suscettibile di critica.
Non so esattamente a quali aspetti si riferisca quando parla di scarsa professionalità. Se avessi un webmaster, potrei almeno prendermela con lui. Purtroppo, essendo io il responsabile, non posso nemmeno licenziarmi. Detto questo, mi piacerebbe che questo spazio fosse dedicato soprattutto al romanzo, piuttosto che al sito che lo presenta.
La ringrazio comunque per la sua osservazione e, se un giorno deciderà di leggere Gioca le tue carte, sarò felice di ricevere commenti, critiche o domande sul libro. Sperando, naturalmente, che il romanzo incontri maggiormente il suo gusto!
Permettetemi di chiudere questo elenco di domande e risposte con una battuta, parafrasandone un'altra che non è mia:
«Se il romanzo vi piace, diffondete la voce; se invece non vi fosse piaciuto, consigliatelo comunque: non è giusto che la fregatura l'abbiate presa soltanto voi».