Franco Cappello
Gioca le tue carte

Parliamone...

Se desideri chiedere informazioni sul romanzo o proporre dei suggerimenti, puoi scrivermi qui. Sarò felice di rispondere non appena possibile.

Questa pagina è pensata come uno spazio di contatto diretto, semplice e senza formalità.

Le vostre domande

Due momenti diversi dello stesso dialogo: le curiosità di chi seguiva il progetto prima dell’uscita del libro e le domande di chi lo ha letto.

Le domande dei lettori Dopo la pubblicazione

Nel romanzo compaiono numerosi riferimenti alla letteratura, alla poesia, alla musica, al cinema, all’arte e persino allo sport. C’è un motivo particolare?

In realtà, più che di una scelta narrativa, si tratta di una caratteristica del mio modo di essere, che ho trasferito al protagonista. Mi capita spesso che una situazione, una conversazione o un’emozione richiamino alla mia mente un verso di una poesia, un brano musicale, un quadro, una scena di un film o un episodio sportivo. Sono associazioni che nascono spontaneamente, senza alcuno sforzo. Potrei dire che «Non sono io a cercare il collegamento: è il collegamento che viene a cercare me».

Ho voluto che anche Andrea avesse questa caratteristica, che interpretasse ciò che gli accade attraverso il patrimonio di esperienze, conoscenze e suggestioni che porta dentro di sé. Per lui, come per me, ciò che abbiamo letto, ascoltato e osservato nel corso della vita non rimane confinato nei ricordi, ma riaffiora spontaneamente, intrecciandosi con ciò che viviamo. Quei riferimenti, quindi, non hanno lo scopo di esibire conoscenze o impreziosire la narrazione. Sono semplicemente parte del modo in cui il protagonista osserva il mondo e, qualche volta, cerca maldestramente di comprendere meglio se stesso.

Per ambientare il romanzo ha inventato Trivoli, un paese che sembra trovarsi genericamente nel Sud Italia, senza indicarne la regione. Ma lei è siciliano: perché non ha scelto una città della sua terra, magari una che conosce molto bene?

Inizialmente ho pensato che inventare una città mi avrebbe concesso una maggiore libertà narrativa, permettendomi di immaginare luoghi e situazioni senza dover rispettare necessariamente la realtà geografica. Una libertà che, a dire il vero, nel corso del romanzo non ho poi sfruttato granché.

Ma c'era soprattutto un'altra ragione. Come ho già accennato in un'altra pagina del sito, non mi interessava indicare una mappa, quanto piuttosto evocare un'atmosfera. Le difficoltà che Andrea incontra nel suo percorso non dipendono soltanto dal suo carattere, dalle sue insicurezze o dal suo modo di affrontare la vita. Nascono anche dal profondo divario culturale tra la terra in cui è cresciuto e l'ambiente universitario del Nord nel quale si ritrova a vivere. Volevo che questa distanza si percepisse senza la necessità di identificare due luoghi geografici precisi.

E poi, essendo nato nella stessa terra di Andrea Camilleri, qualche suggestione doveva pur arrivarmi, nel mio piccolo. Camilleri ha popolato i suoi romanzi di località immaginarie, spesso con nomi che richiamano quelli di luoghi realmente esistenti. Così è nata Trivoli.

Devo però confessare che questa scelta mi ha creato qualche piccolo inconveniente durante la scrittura: il correttore automatico, evidentemente poco incline alla fantasia, continuava ostinatamente a trasformare Trivoli in Tripoli o Tivoli. E non c'era verso di fargli capire che Trivoli esisteva: quantomeno nella mia fantasia.

I genitori di Andrea sono i suoi genitori?

No, i genitori di Andrea non sono i miei genitori. Hanno in comune soltanto l'appartenenza al Sud Italia e a una generazione cresciuta con determinati principi e valori.

Da questo punto di vista, l'educazione che Andrea ha ricevuto rispecchia in larga parte quella che ho ricevuto anch'io, soprattutto per quanto riguarda quei valori che un tempo erano ampiamente condivisi e trasmessi all'interno delle famiglie.

Le somiglianze finiscono qui. I genitori di Andrea sono personaggi di fantasia e non rappresentano, né nel carattere né nei comportamenti, i miei veri genitori.

Paolo, il grande amico di Andrea, è ispirato a un suo amico del cuore?

No, decisamente no. Ho alcuni ottimi amici, ma non credo di poter dire di avere un amico del cuore nel senso in cui lo è lui per Andrea. Paolo, come diversi altri personaggi del romanzo, è interamente frutto della mia fantasia.

La cosa curiosa è che, pur avendolo inventato, io lo vedo. So esattamente che aspetto ha, come si muove, come parla e come reagirebbe nelle diverse situazioni. Durante la scrittura non avevo bisogno di fermarmi a immaginare cosa avrebbe detto o fatto. Mi bastava metterlo in una situazione e osservare come si comportava. In un certo senso, era come se il personaggio avesse acquistato una vita propria.

Penso che rappresenti l'amico che tutti vorremmo avere. Lui e Andrea sono profondamente diversi, eppure si completano. Andrea vorrebbe quasi studiare la vita prima di cominciare a viverla; Paolo, invece, sembra sapere già come si vive, senza aver mai avuto bisogno di studiarla.

Probabilmente ricorderà una frase che, a un certo punto del romanzo, Andrea pronuncia. Forse anticipo qualcosa per i futuri lettori, ma credo che nessun'altra descrizione riesca a raccontare Paolo altrettanto bene: «Paolo è l'amico che ti prende in giro mentre ti sta salvando la vita».

Subito dopo questa frase, ad Andrea arriva una replica forse ancora più efficace, ma preferisco non riportarla. Altrimenti finisco per raccontare tutto il romanzo!

Condivido un'osservazione fatta da qualche lettore. Nella prima parte del romanzo ci sono alcune digressioni che, pur essendo interessanti, mi sono sembrate eccessive. Non crede che qualche taglio avrebbe giovato alla narrazione?

La ringrazio per questa domanda. In effetti, non è la prima persona a sollevare questa osservazione, anche se, per fortuna, finora sono state poche.

Vorrei però fare una distinzione. Se parliamo di lunghezza, non credo che sia questo il vero problema. Una lettrice, per esempio, mi ha scritto: «Peccato che sia finito». Un romanzo può essere lungo o breve, ma in entrambi i casi ciò che conta è riuscire a mantenere vivo l'interesse di chi legge. La lunghezza diventa un problema quando la narrazione comincia ad annoiare.

Ripensando alla prima parte del romanzo, e senza voler anticipare troppo della storia ad eventuali futuri lettori, mi vengono in mente soprattutto due aspetti sui quali mi sono forse dilungato: i ricordi di Andrea adolescente e alcune spiegazioni che la dottoressa gli fornisce, rispondendo alle sue domande sui fondamenti della psicologia e sul funzionamento della psicoterapia.

Per quanto riguarda i ricordi, li considero fondamentali. Servono a inquadrare il personaggio, a far capire da dove viene, quali esperienze lo hanno formato e quale sia il suo punto di partenza. Senza conoscere tutto questo, credo che sarebbe più difficile apprezzare pienamente il percorso di crescita che compie nel corso della storia. Perciò, su questa parte, non prenderei in considerazione dei tagli.

Sulle spiegazioni della dottoressa, invece, posso tranquillamente ammettere che non tutte sono indispensabili allo sviluppo della vicenda. Qualche taglio, in questo caso, si potrebbe fare senza togliere granché al romanzo. Il problema sarebbe individuare esattamente dove intervenire e che cosa eliminare. Ciò che a un lettore può sembrare una digressione superflua, per un altro potrebbe rappresentare un passaggio interessante. E non è affatto semplice stabilire dove finisca l'approfondimento e cominci la divagazione.

Al momento non ho in programma una revisione in questo senso, ma se un domani dovessi preparare una nuova edizione, potrei prendere in considerazione qualche piccolo taglio. Torno però al punto di partenza: il problema non è la lunghezza, ma la noia.

Ho trovato il linguaggio del romanzo davvero originale, molto scorrevole e particolarmente ironico. È uno stile che ha costruito appositamente per questa storia oppure rispecchia il suo modo naturale di esprimersi?

La ringrazio, innanzitutto, per aver definito il mio linguaggio originale e scorrevole. Se fosse così, lo considererei un dono di natura, perché non ho costruito uno stile appositamente per questo romanzo. È semplicemente il mio modo naturale di esprimermi.

Naturalmente bisogna distinguere le circostanze. Se devo scrivere una relazione tecnica o un documento ufficiale, il linguaggio cambia inevitabilmente. Ma nelle conversazioni informali, nei messaggi agli amici o ai colleghi, il mio modo di raccontare è sostanzialmente quello che si ritrova nel romanzo.

Quanto all'ironia, quella è decisamente nelle mie corde. Non devo cercarla o costruirla: viene da sé. A pensarci bene, forse anche questa è un dono di natura.

Mi viene in mente un episodio che risale a parecchi anni fa, quando insegnavo. L'ultimo giorno dell'anno scolastico avevo l'abitudine di sottoporre agli alunni un questionario anonimo, nel quale chiedevo loro di esprimere un giudizio su vari aspetti del mio modo di insegnare. Per ogni domanda c'erano cinque quadratini da barrare, corrispondenti a una valutazione da 1 a 5. Una delle domande riguardava proprio la mia ironia, o forse il mio senso dell'umorismo, non ricordo esattamente. Ebbene, uno degli alunni, naturalmente rimasto anonimo, disegnò accanto ai cinque quadratini un sesto quadratino. E barrò quello. Non ho mai saputo chi fosse, ma ancora oggi considero quel piccolo quadratino una delle più grandi soddisfazioni della mia carriera di insegnante.

Ho letto che ha insegnato per molti anni. Quali materie insegnava? E quanta della sua esperienza di insegnante è confluita nel romanzo?

Ho insegnato per circa quarant'anni diverse discipline dell'area tecnica, soprattutto elettrotecnica ed elettronica, quasi sempre negli istituti tecnici a indirizzo industriale, quelli che una volta si chiamavano ITIS.

Quanta della mia esperienza di insegnante è confluita nel romanzo? Direi parecchia, anche se in una forma completamente romanzata.

In alcuni momenti della storia Andrea torna con la memoria agli anni della scuola, in particolare al viaggio d'istruzione del quinto anno del liceo. Conoscendo molto bene quell'ambiente e le sue dinamiche, mi sono divertito a costruire situazioni verosimili, ma interamente inventate, lasciando spazio alla fantasia e, naturalmente, all'ironia.

E non ho resistito alla tentazione di prendere in giro anche una certa ipocrisia che, a mio avviso, si nasconde dietro alcuni provvedimenti del legislatore in materia scolastica. Disposizioni che sembrano concepite per un mondo incantato, nel quale tutto funziona come dovrebbe, salvo poi scontrarsi con una realtà decisamente meno fiabesca.

Del resto, dopo quarant'anni trascorsi nella scuola da insegnante e altri tredici da studente, qualche contraddizione si finisce per notarla. E sarebbe stato un vero peccato non approfittarne per ironizzarci sopra.

Non ho letto il romanzo, ma ho visitato il suo sito e, sinceramente, non mi sembra molto professionale.

Mi consola almeno una cosa: non avendo ancora letto il romanzo, per il momento ha bocciato soltanto il sito. Il libro gode ancora del beneficio del dubbio!

Il sito l'ho realizzato personalmente e non sono un professionista del settore. Per alcune parti mi sono fatto aiutare anche da ChatGPT, perché, lo ammetto, da solo non sarei riuscito a realizzarle.

Con altrettanta sincerità, però, devo dirle che a me il risultato piace. Non ho cercato “effetti speciali” né soluzioni particolarmente elaborate. Il linguaggio che trova nelle varie pagine rispecchia semplicemente il mio modo di esprimermi, mentre la grafica e i colori seguono il mio gusto personale, che naturalmente è suscettibile di critica.

Non so esattamente a quali aspetti si riferisca quando parla di scarsa professionalità. Se avessi un webmaster, potrei almeno prendermela con lui. Purtroppo, essendo io il responsabile, non posso nemmeno licenziarmi. Detto questo, mi piacerebbe che questo spazio fosse dedicato soprattutto al romanzo, piuttosto che al sito che lo presenta.

La ringrazio comunque per la sua osservazione e, se un giorno deciderà di leggere Gioca le tue carte, sarò felice di ricevere commenti, critiche o domande sul libro. Sperando, naturalmente, che il romanzo incontri maggiormente il suo gusto!


Permettetemi di chiudere questo elenco di domande e risposte con una battuta, parafrasandone un'altra che non è mia:
«Se il romanzo vi piace, diffondete la voce; se invece non vi fosse piaciuto, consigliatelo comunque: non è giusto che la fregatura l'abbiate presa soltanto voi».


Le domande dei visitatori Prima della pubblicazione

Queste risposte risalgono al periodo in cui il romanzo non era ancora uscito. Ho scelto di conservarle come testimonianza del percorso che ha accompagnato la pubblicazione. Le indicazioni su date, prezzi e disponibilità vanno quindi lette nel loro contesto originario.


Sì, il romanzo è in parte autobiografico, ma non racconta la mia vita. Alcuni episodi nascono da esperienze reali, da emozioni vissute in prima persona; nel momento in cui sono entrati nella storia hanno però cominciato a trasformarsi. Sono stati ingigantiti, spostati nel tempo, intrecciati con altri elementi. La fantasia ha fatto il suo lavoro, come credo debba accadere in ogni romanzo. Mi piace pensare che la realtà abbia fornito qualche mattoncino, e che l’immaginazione abbia costruito il resto.


La storia è ambientata in un passato recente; tuttavia il protagonista avverte un legame profondo con un tempo che precede la sua nascita. Nel romanzo affiorano riferimenti a film, canzoni ed eventi sportivi di qualche decennio prima, insieme a richiami alla letteratura dei secoli passati — ai grandi autori italiani ed europei, ma anche a scrittori meno celebrati, che continuano comunque a dialogare con il presente. Non si tratta di un esercizio nostalgico, e certamente non era questa la mia intenzione. È piuttosto il tentativo di mostrare come ogni vita, anche la più contemporanea, sia attraversata da voci che arrivano da lontano. Non volevo semplicemente raccontare una storia, ma scriverla in modo che si riconoscesse, anche senza il mio nome.


Il titolo nasce da una visione che il protagonista ha della vita. Per lui, vivere significa, in fondo, “giocare le proprie carte”: accettare ciò che si riceve, ma decidere come utilizzarlo. È una metafora che esprime il suo modo di affrontare le difficoltà, le relazioni e le scelte. Nel corso della storia, quella visione verrà messa alla prova e in parte trasformata. A un certo punto, la spiega anche ai suoi amici in modo semplice e quasi leggero, durante una serata qualunque. Ma come spesso accade, le parole dette con disinvoltura finiscono per rivelare qualcosa di più profondo.


La storia è completa. Sto lavorando all’ultima revisione del linguaggio con una certa pignoleria: in questo somiglio un po’ al protagonista, o forse è lui a somigliare a me.

Si tratta di un lavoro più lungo di quanto avessi immaginato. Ho scoperto che dietro le parole esiste un mondo — un territorio fatto di sfumature sottili, di respiri, di impercettibili variazioni di luce. Per anni ho creduto che due sinonimi dicessero la stessa cosa; ora so che non è così. Ogni parola porta con sé una temperatura, un’ombra, un colore. Con le parole si può dipingere un quadro: basta scegliere un sostantivo invece di un altro, un verbo più netto o più morbido, un avverbio appena accennato, e la scena cambia tonalità.

A volte è sufficiente invertire l’ordine delle parole per trasformare ciò che viene percepito. Non è solo questione di significato, ma di vibrazione.

Talvolta mi è capitato di soffermarmi più sul suono di una frase che sulla sua forma, privilegiando il primo a scapito della seconda. Non cercavo le parole perfette, ma qualcosa che fosse riconoscibile. E quando le parole vengono messe in bocca a un personaggio, diventano il modo più diretto per rivelarne l’anima: più di qualunque descrizione, più di qualunque spiegazione.

Mi sono ritrovato spesso nella situazione di cercare non la parola corretta per il romanzo, ma quella giusta per quel personaggio.

Anche per le ridondanze ho seguito un ragionamento analogo. Ho cercato di eliminare quelle che ho ritenuto inutili, lasciandone altre che, pur non aggiungendo informazione, servivano a caratterizzare meglio la scena o il personaggio.

Questa ricerca mi ha insegnato che scrivere un romanzo è anche questo: imparare ad ascoltare ciò che una frase suggerisce prima ancora di dichiararlo, e cercare quella nota che, in mezzo alle altre, non si fa notare troppo ma crea armonia e fa la differenza.

Scrivendo il romanzo ho imparato un’altra forma di ironia: fare una precisazione con l’apparente intento di evitare un malinteso, quando in realtà lo scopo è esattamente l’opposto. Strizzare l'occhio, anche al lettore più distratto, per suggerirgli proprio quel malinteso che si finge di voler scongiurare.

Ecco, mi sto facendo prendere la mano. Meglio che torni alla domanda, prima che mi metta a discutere per mezz’ora sulla differenza tra “nulla” e “niente” o tra “nemmeno”, “neanche” e “neppure”.

Comunque, prevedo una prima pubblicazione entro maggio 2026.


Stabilire a chi sia rivolto un romanzo è sempre complicato. Credo possa parlare soprattutto a chi conserva uno sguardo romantico sulla vita — non nel senso consueto del termine, ma come disponibilità a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni, dalle relazioni, dalle trasformazioni interiori. Alcuni riferimenti culturali risalgono agli anni Settanta e Ottanta; chi li ha vissuti potrà coglierli con maggiore immediatezza e riconoscersi, almeno in parte, in uno dei personaggi. Ma non credo sia una questione anagrafica. Un film ambientato secoli fa non parla necessariamente ai sopravvissuti. Le storie, quando funzionano, trovano da sole i loro lettori.


La voce narrante non coincide con quella di nessuno dei personaggi: sono io a raccontare la storia. Non lo faccio in modo freddo o distaccato. La mia presenza è parte integrante del racconto, con una partecipazione che a volte si avvicina ai personaggi, altre volte si ritrae per osservarli meglio. Mi è capitato a volte di sentirmi come un arbitro che, per qualche istante, entra in campo, gioca un’azione e poi torna al suo posto. Non volevo semplicemente raccontare una storia, ma scriverla in modo che si riconoscesse, anche senza il mio nome.


Nel romanzo il corsivo ha un significato preciso (la domanda era riferita all'estratto 3 della pagina estratti). Lo utilizzo soprattutto per rendere visibili i pensieri dei personaggi, evitando di appesantire il testo con ripetizioni frequenti di verbi come pensò o simili. È un modo per entrare nella loro interiorità senza dover bussare ogni volta alla porta. Il corsivo compare anche nei titoli di libri, film e brani musicali, secondo una consuetudine editoriale che mi piace rispettare. Per il parlato ho scelto le virgolette caporali (« »), che — a mio avviso — rendono meglio il ritmo del dialogo. Le virgolette alte (“ ”), invece, compaiono in casi particolari: talvolta diventano una piccola strizzata d’occhio al lettore, soprattutto quando la voce narrante riprende un’espressione non proprio impeccabile di qualche personaggio. È un modo per segnalare che la voce narrante ascolta e, qualche volta, non resiste alla tentazione di commentare.


Trivoli non esiste (nella pagina “Il romanzo” viene precisato). È solo un nome di fantasia: non volevo collocare la storia in una posizione geografica precisa, ma più genericamente al Sud. Mi interessava evocare un’atmosfera, non indicare una mappa.


La copertina nasce da un’idea mia e da un primo schizzo personale.

Il risultato attuale è stato ottenuto commissionando il lavoro online e successivamente perfezionandolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Il mio intento principale era comunicare la crescita. Per questo ho inserito dei gradini: i due personaggi rappresentano lo stesso soggetto in due momenti diversi della vita — il bambino che immagina come diventerà e l’adulto che ricorda.

Il romanzo vive di ricordi, e desideravo rappresentare visivamente proprio questo processo.

Non mi convinceva l’idea di ricorrere a simboli tradizionali del trascorrere del tempo — un orologio, una clessidra, un calendario. Ho preferito trasformare il salto temporale in un salto spaziale, colmabile grazie all’uso di un binocolo.

Naturalmente non so se il lettore coglierà appieno questa intenzione. In ogni caso, il progetto resta aperto a possibili revisioni, anche alla luce dei suggerimenti che potranno arrivare.


Al momento non sono ancora in grado di indicare una cifra precisa.

Il romanzo sarà disponibile anche in formato e-book e prevedo un prezzo non superiore a 9,99 euro.

Più complesso è stimare il costo della versione cartacea: con circa seicento pagine, il prezzo finale dipenderà in gran parte dai costi di stampa.

Ad ogni modo, cercherò di mantenere il prezzo il più contenuto possibile: l’obiettivo non è guadagnare, ma far leggere il romanzo.

Preferisco non azzardare una cifra che potrebbe discostarsi da quella reale.

Non appena tutto sarà definito, lo comunicherò con chiarezza.


Ho inserito alcuni estratti un po’ per giocare con l’idea del trailer — mostrare senza svelare troppo — e un po’ per trasparenza. Mi sembrava corretto permettere a chi legge di capire se il mio modo di scrivere può piacere. Se non è nelle sue corde, meglio scoprirlo subito che dopo aver acquistato il libro.


Per ora mi fermo qui, altrimenti rischio di scrivere un altro romanzo prima ancora di aver pubblicato questo. Il resto, se vorrete, lo racconterà il libro.


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