Franco Cappello
Gioca le tue carte

Parliamone...

Se desideri chiedere informazioni sul romanzo o proporre dei suggerimenti, puoi scrivermi qui. Sarò felice di rispondere non appena possibile.

Questa pagina è pensata come uno spazio di contatto diretto, semplice e senza formalità.

Domande frequenti

Raccolgo qui alcune risposte alle domande che più spesso mi vengono rivolte. Non riporto le domande, perché sono già implicite nella risposta. Ringrazio chi ha scelto di scrivermi e di dedicare tempo e attenzione a questo progetto.


Sì, il romanzo è in parte autobiografico, ma non racconta la mia vita. Alcuni episodi nascono da esperienze reali, da emozioni vissute in prima persona; nel momento in cui sono entrati nella storia hanno però cominciato a trasformarsi. Sono stati ingigantiti, spostati nel tempo, intrecciati con altri elementi. La fantasia ha fatto il suo lavoro, come credo debba accadere in ogni romanzo. Mi piace pensare che la realtà abbia fornito qualche mattoncino, e che l’immaginazione abbia costruito il resto.


La storia è ambientata in un passato recente; tuttavia il protagonista avverte un legame profondo con un tempo che precede la sua nascita. Nel romanzo affiorano riferimenti a film, canzoni ed eventi sportivi di qualche decennio prima, insieme a richiami alla letteratura dei secoli passati — ai grandi autori italiani ed europei, ma anche a scrittori meno celebrati, che continuano comunque a dialogare con il presente. Non si tratta di un esercizio nostalgico, e certamente non era questa la mia intenzione. È piuttosto il tentativo di mostrare come ogni vita, anche la più contemporanea, sia attraversata da voci che arrivano da lontano. In alcuni casi i riferimenti non sono espliciti: la voce narrante si ferma un passo prima, per lasciare al lettore il gusto di coglierli da sé.


Il titolo nasce da una visione che il protagonista ha della vita. Per lui, vivere significa, in fondo, “giocare le proprie carte”: accettare ciò che si riceve, ma decidere come utilizzarlo. È una metafora che esprime il suo modo di affrontare le difficoltà, le relazioni e le scelte. Nel corso della storia, quella visione verrà messa alla prova e in parte trasformata. A un certo punto, la spiega anche ai suoi amici in modo semplice e quasi leggero, durante una serata qualunque. Ma come spesso accade, le parole dette con disinvoltura finiscono per rivelare qualcosa di più profondo.


La storia è completa. Sto lavorando all’ultima revisione del linguaggio, con una certa pignoleria: in questo somiglio un po’ al protagonista. O forse è lui a somigliare a me.

Si tratta di un lavoro più lungo di quanto avessi immaginato. Ho scoperto che dietro le parole esiste un mondo — un territorio fatto di sfumature sottili, di respiri, di impercettibili variazioni di luce. Per anni ho creduto che due sinonimi dicessero la stessa cosa; ora so che non è così. Ogni parola porta con sé una temperatura, un’ombra, un colore. Con le parole si può dipingere un quadro: basta scegliere un sostantivo invece di un altro, un verbo più netto o più morbido, un avverbio appena accennato, e la scena cambia tonalità.

A volte è sufficiente invertire l’ordine delle parole in una frase per darle un respiro diverso e trasformare ciò che viene percepito. Non è solo questione di significato, ma di vibrazione.

Talvolta mi è capitato di soffermarmi più sul suono di una frase che sulla sua forma, privilegiando il primo a scapito della seconda. Non cercavo le parole perfette, ma qualcosa che fosse riconoscibile. E quando le parole vengono messe in bocca a un personaggio, diventano il modo più diretto per rivelarne l’anima: più di qualunque descrizione, più di qualunque spiegazione.

Mi sono ritrovato spesso nella situazione di cercare non la parola corretta per il romanzo, ma quella giusta per quel personaggio.

Anche per le ridondanze ho seguito un ragionamento analogo. Ho cercato di eliminare quelle che ho ritenuto inutili, lasciandone altre che, pur non aggiungendo informazione, servivano a caratterizzare meglio la scena o il personaggio.

Questa immersione nel linguaggio ha finito per influenzare anche me: il mio modo di scrivere ha iniziato a riflettersi, in parte, nel mio modo di parlare. Mi sorprendo a cercare il termine più preciso, a scartare quello che fino a poco tempo fa avrei usato senza pensarci. È come se le parole mi costringessero a fermarmi un istante in più, guardandomi e chiedendomi: «Sei proprio sicuro che sia io quella giusta?»

Questa ricerca mi ha insegnato che scrivere un romanzo è anche questo: imparare ad ascoltare ciò che una frase suggerisce prima ancora di dichiararlo, e cercare quella nota che, in mezzo alle altre, non si fa notare troppo ma crea armonia e fa la differenza.

Ho scoperto anche un’altra cosa.
La precisione nella descrizione e la cura del dettaglio servono finché non spezzano il ritmo della frase. La fluidità della frase serve finché non compromette la chiarezza della scena.

Ecco, mi sto facendo prendere la mano. Meglio che torni alla domanda, prima che mi metta a discutere per mezz’ora sulla differenza tra “nulla” e “niente” o tra “nemmeno”, “neanche” e “neppure”.

Comunque, prevedo una prima pubblicazione entro il mese di maggio 2026.


Stabilire a chi sia rivolto un romanzo è sempre complicato. Credo possa parlare soprattutto a chi conserva uno sguardo romantico sulla vita — non nel senso consueto, ma come disponibilità a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni, dalle relazioni, dalle trasformazioni interiori. Alcuni riferimenti culturali risalgono agli anni Settanta e Ottanta; chi li ha vissuti potrà coglierli con maggiore immediatezza e riconoscersi, almeno in parte, in uno dei personaggi. Ma non credo sia una questione anagrafica. Le storie, quando funzionano, trovano da sole i loro lettori.


La voce narrante non coincide con quella di nessuno dei personaggi: sono io a raccontare la storia. Non lo faccio in modo freddo o distaccato. La mia presenza è parte integrante del racconto, con una partecipazione che a volte si avvicina ai personaggi, altre volte si ritrae per osservarli meglio. Mi è capitato a volte di sentirmi come un arbitro che, per qualche istante, entra in campo, gioca un’azione e poi torna al suo posto. Non volevo semplicemente raccontare una storia, ma scriverla in modo che si riconoscesse, anche senza il mio nome.


Nel romanzo il corsivo ha un significato preciso (la domanda era riferita all'estratto 3 della pagina estratti). Lo utilizzo soprattutto per rendere visibili i pensieri dei personaggi, evitando di appesantire il testo con ripetizioni frequenti di verbi come “pensò”, o simili. È un modo per entrare nella loro interiorità senza dover bussare ogni volta alla porta. Il corsivo compare anche nei titoli di libri, film e brani musicali, secondo una consuetudine editoriale che mi piace rispettare. Per il parlato ho scelto le virgolette caporali (« »), che — a mio avviso — rendono meglio il ritmo del dialogo. Le virgolette alte (“ ”), invece, compaiono in casi particolari: talvolta diventano una piccola strizzata d’occhio al lettore, soprattutto quando la voce narrante riprende un’espressione non proprio impeccabile di qualche personaggio. È un modo per segnalare che la voce narrante ascolta e, qualche volta, non resiste alla tentazione di commentare.


Trivoli non esiste (nella pagina “Il romanzo” viene precisato). È solo un nome di fantasia: non volevo collocare la storia in una posizione geografica precisa, ma più genericamente al Sud. Mi interessava evocare un’atmosfera, non indicare una mappa.


La copertina nasce da un’idea mia e da un primo schizzo personale.

Il risultato attuale è stato ottenuto commissionando il lavoro online e successivamente perfezionandolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Lo sfondo era — e rimarrà — azzurro; qui l’ho modificato per armonizzarlo meglio con i colori della pagina. Mi rendo conto che, con questa scelta, la home page risulti un po’ scura. Tuttavia, il romanzo ha una luce completamente diversa.

Il mio intento principale era comunicare la crescita. Per questo ho inserito dei gradini: i due personaggi rappresentano lo stesso soggetto in due momenti diversi della vita — il bambino che immagina come diventerà e l’adulto che ricorda.

Il romanzo vive di ricordi, e desideravo rappresentare visivamente proprio questo processo.

Non mi convinceva l’idea di ricorrere a simboli tradizionali del trascorrere del tempo — un orologio, una clessidra, un calendario. Ho preferito trasformare il salto temporale in un salto spaziale, colmabile grazie all’uso di un binocolo.

Naturalmente non so se il lettore coglierà appieno questa intenzione. In ogni caso, il progetto resta aperto a possibili revisioni, anche alla luce dei suggerimenti che potranno arrivare.


Al momento non sono ancora in grado di indicare una cifra precisa.

Il romanzo sarà disponibile anche in formato e-book e prevedo un prezzo non superiore a 9,99 euro.

Più complesso è stimare il costo della versione cartacea: con circa seicento pagine, il prezzo finale dipenderà in gran parte dai costi di stampa.

Ad ogni modo, cercherò di mantenere il prezzo il più contenuto possibile: l’obiettivo non è guadagnare, ma far leggere il romanzo.

Preferisco non azzardare una cifra che potrebbe discostarsi da quella reale.

Non appena tutto sarà definito, lo comunicherò con chiarezza.


Ho inserito alcuni estratti un po’ per giocare con l’idea del trailer — mostrare senza svelare troppo — e un po’ per trasparenza. Mi sembrava corretto permettere a chi legge di capire se il mio modo di scrivere può piacere. Se non è nelle sue corde, meglio scoprirlo subito che dopo aver acquistato il libro.


Permettetemi di chiudere con una battuta, parafrasandone un'altra che non è mia: “Se il romanzo vi piace diffondete la voce; se invece non vi fosse piaciuto, suggeritelo comunque: non è giusto la fregatura l'abbiate presa soltanto voi”.


Per ora mi fermo qui, altrimenti rischio di scrivere un altro romanzo prima ancora di aver pubblicato questo. Il resto, se vorrete, lo racconterà il libro.


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